
Qualche giorno fa mi sono imbattuto su YouTube in un’intervista molto interessante: è il primo episodio di un ciclo di incontri ospitati dal Teatro del Cestello di Firenze, curati dal canale “Social Podcast Club”. Protagonista della conversazione, un medico fiorentino che lavora in ospedale e che ha condiviso riflessioni lucide e profonde sullo stato attuale della sanità.
Tra i vari temi emersi, uno in particolare ha colpito la mia attenzione: il crescente numero di aggressioni ai danni del personale sanitario. Negli ultimi anni, questo fenomeno ha registrato un aumento costante, segnando una drammatica inversione nel sentimento collettivo verso chi opera nel settore della salute.
Durante la fase pandemica, gli operatori sanitari erano giustamente celebrati per il loro coraggio e la dedizione con cui mettevano a rischio la propria vita per proteggere quella degli altri. Oggi, però, la situazione si è evoluta in modo diverso.
L’esperienza pandemica, infatti, ha provocato effetti profondi sullo staff sanitario, tra turni estenuanti e pesanti ripercussioni psicologiche, aggravati oggi dalla carenza di risorse economiche e dall’insufficienza degli investimenti nel settore.
Una professione allo stremo
Il personale, sovraccaricato e spesso prossimo al limite della tolleranza, si ritrova ad abbandonare la professione appena si presenta un’opportunità lavorativa caratterizzata da minore stress, migliori prospettive retributive e un equilibrio migliore tra vita personale e impegni lavorativi.
Va sottolineato come il processo di ricambio generazionale tra veterani e neoassunti non sia più accompagnato da un affiancamento o da un percorso di tutoraggio adeguato, il che comporta che la trasmissione delle competenze pratiche e delle conoscenze professionali risulti frammentaria e poco efficace.
Inoltre, i tagli al settore sanitario e la persistente carenza di personale si ripercuotono inevitabilmente sulla qualità dei servizi offerti agli utenti, alimentando sfiducia e riducendo l’efficienza complessiva dell’assistenza sanitaria.
La società dell’immediatezza e l’incomprensione del tempo della cura
A queste criticità interne al sistema si sommano trasformazioni sociali più ampie che contribuiscono ad alimentare incomprensioni e tensioni.
Un aspetto non trascurabile è il ritmo accelerato che caratterizza la società contemporanea.
La tecnologia ci spinge verso una gratificazione immediata dei bisogni: sia esso un acquisto, un accesso alle informazioni, il ricevere una risposta istantanea ad ogni comunicazione, aspettarsi tutto e subito.
Questa continua abitudine alla rapidità spesso ci porta a dimenticare il valore del tempo e dell’elemento umano.
I processi sanitari, come la redazione di un’anamnesi, la formulazione di diagnosi o il processo di triage al pronto soccorso, richiedono tempi tecnici e procedure basate sulle priorità cliniche, mentre i sistemi di smistamento dell’utenza e l’accesso ai servizi pubblici, scanditi da codici e classificazioni, appaiono spesso lenti, inadeguati e con dinamiche non chiare all’utenza.
Tutto questo contribuisce ad alimentare una crescente frustrazione tra gli utenti, che percepiscono come insoddisfacente un servizio che non risponde ai ritmi cui sono abituati.
A rendere ancora più complesso il contesto intervengono diversi fattori mediatici e culturali. I media, spesso concentrati nel mostrare esclusivamente le criticità del sistema sanitario, contribuiscono a diffondere una visione distorta: il peggio esiste, ma rappresenta una porzione limitata rispetto all’impegno quotidiano e alla qualità che raramente trovano spazio nel racconto pubblico.
Internet, da parte sua, viene consultato come un oracolo per ottenere risposte rapide ai sintomi, generando diagnosi spesso allarmistiche e non verificate. Questo meccanismo versa benzina sul fuoco: fomenta ansia e la sfiducia, anziché promuovere consapevolezza e orientamento.
Anche le serie televisive a tema medico, pur offrendo uno sguardo affascinante su dinamiche normalmente invisibili, tendono a romanzare la realtà. Il risultato è una narrazione coinvolgente ma poco aderente alle reali complessità, che non aiuta gli spettatori a comprendere le difficoltà operative e le esigenze profonde del settore sanitario.
La frattura dell’empatia
Su tutto, pesa la diffusa carenza di empatia e rispetto nei confronti di chi lavora (questo non solo in ambito sanitario) per garantire il funzionamento dei servizi sanitari, fattore che acuisce ulteriormente i problemi riscontrati.
Si è così creata una frattura preoccupante: da una parte un sistema sanitario sempre più fragile, con operatori esausti e privi di adeguato sostegno; dall’altra utenti frustrati, intrappolati tra aspettative irrealistiche e servizi che non riescono a soddisfarle.
In mezzo, la violenza come sintomo estremo di un rapporto deteriorato, dove la mancanza di risorse si intreccia con la perdita di quella comprensione reciproca che dovrebbe essere alla base del patto di cura tra operatori e cittadini.
Finché non si affronterà questa crisi su più fronti – investimenti strutturali, educazione sociale, recupero della dimensione umana della medicina – il rischio è che il personale sanitario continui a pagare il prezzo più alto di un sistema al collasso.
Le principali cause
Andando a sbirciare nel documento ufficiale dell’Osservatorio Nazionale sulla Sicurezza degli Esercenti le Professioni Sanitarie e socio-sanitarie (ONSEPS) emerge che le aggressioni sono attribuite a una pluralità di fattori, sia individuali che sistemici. I principali fattori individuati comprendono:
- Disturbi psichiatrici o neurologici del paziente, dipendenze da sostanze, patologie acute che alterano il comportamento (fattori clinici)
- Incomprensioni nella relazione con il personale sanitario, percezione di misure mediche come punitive, frustrazione per attese o esiti negativi (fattori relazionali)
- Procedure organizzative considerate rigide, carenza di personale, sovraffollamento, tempi di attesa lunghi, carenza nella comunicazione (criticità organizzative)
- Difficoltà nell’accesso ai servizi, mancata erogazione o indisponibilità di farmaci (criticità sanitarie)
- Pressione emotiva ed elevato stress nei contesti di emergenza (pronto soccorso)
- Aspetti socio-culturali come la sfiducia verso le istituzioni sanitarie e aspettative non realistiche (fattori socio-culturali)
La loro combinazione viene riconosciuta come la principale origine del fenomeno delle aggressioni ai danni del personale sanitario in Italia.
Non solo un problema italiano
Questi aspetti non sono solo legati all’Italia, emergono sempre più anche in altri paesi europei quali la Francia:
- Analogamente al nostro ONSEPS in Francia esiste l’ONVS: Observatoire National des Violences en Santé
- Les violences envers les soignants ont augmenté de 26 % en 2024, selon l’ordre des médecins – Le Monde
Anche in Inghilterra ci sono evidenze:
È sufficiente una semplice ricerca online per comprendere quanto il problema sia diffuso su scala nazionale e internazionale, alimentato da dinamiche e cause ricorrenti in contesti diversi.
Cosa fare?
In definitiva, il futuro della sanità non si gioca solo nei bilanci o nelle riforme strutturali, ma nella capacità di ricostruire un legame autentico tra chi cura e chi viene curato. È tempo di riconoscere che il personale sanitario non è solo una risorsa tecnica, ma una componente vitale del tessuto sociale, portatrice di competenze, umanità e sacrificio.
Rimettere al centro il valore del lavoro di cura significa restituire dignità a chi lo esercita, proteggere la salute collettiva e rafforzare quel patto di fiducia che rende possibile una sanità pubblica equa, accessibile e sostenibile. Perché ogni gesto di cura, oggi più che mai, è anche un gesto di civiltà.
Gabriele P.
English Version available on LinkedIn: Between commitment and risk: the journey of healthcare workers in the post-pandemic era